giovedì 15 marzo 2018

Riflessioni personali sullo stato di salute della fotografia paesaggistica in natura

Da qualche tempo mi interrogo sul ruolo e sul significato che la fotografia in natura ha al giorno d’oggi.
Sappiamo benissimo che rispetto a qualche anno fa il mondo della fotografia è letteralmente esploso, la disponibilità di immagini anche di buona qualità è ormai così vasta che praticamente sarebbe possibile ricostruire una visione completa in tutte le stagioni dell’anno di un qualsiasi luogo del pianeta. Si, magari esistono ancora luoghi abbastanza selvaggi che non sono mai stati fotografati, ma la maggior parte della superficie terrestre è fotograficamente mappata da qualsivoglia angolazione.
Tutta questa abbondanza fotografica però non è un bene, ma un disastro.
Quando ho iniziato a fotografare c’erano alcuni aspetti che pensavo potessero essere dei buoni propositi per il futuro, mi dicevo che magari la mia era una goccia nell’oceano ma che in qualche modo contribuiva ad avvicinare le persone ad un maggior rispetto per la natura. Invece le cose sono andate diversamente, l’ego fotografico ha preso il sopravvento e i social hanno contribuito a storpiare l’idea di fotografo naturalista.
Scorro le notizie dalla dashboard di facebook, la maggior parte delle mie amicizie sono legate in qualche modo al mondo della fotografia, quindi il feedback è legato a un quantomeno verosimile stato della fotografia al giorno d’oggi. Ogni giorno ci sono foto fatte negli stessi luoghi e ogni giorno c’è una celata gara a chi fa la foto più epica di quel luogo. In questa sorta di competizione, gli ultimi approdati sono coloro che hanno più possibilità, sono coloro che emergeranno sulle spalle delle esperienze altrui. In questa gara sembrano non esserci più regole, in questa corsa sembra contare solo appagare il proprio ego. E qui arriva il disastro.
La natura tutta e un delicato ecosistema, non ha certo bisogno della carica di decine di fotografi per immortalare lo stesso luogo milioni di volte, ma l’ego per molti fotografi è incontrollabile e non importa se per fare quella dannata foto migliore si va incontro a danni che la natura non potrà più recuperare. Ho così scoperto che a molti fotografi “naturalisti” non importa nulla della natura, non hanno alcun legame, non alcuna simbiosi quando ad esempio si trovano al cospetto di un grande albero in un bosco, sono solo semplicemente e maledettamente fuori dal loro ambiente a cercare di realizzare una foto tecnicamente perfetta ma senza anima, senza alcun messaggio, ma che sia la migliore, la definitiva, a volte anche l’ultima possibile.
La cosa che mi rattrista è che anche i fotografi come me che credono in un messaggio etico, che credono che far conoscere la natura possa in qualche modo essere un modo per farla sopravvivere, sta di fatto alimentando questo circolo vizioso.
Questa riflessione prende spunto da un video diffuso su youtube qualche giorno fa, ma è da un bel pezzo che so come vanno le cose…